Prima parte scritta da
Luana Pessina
PRIMA
NOTTE
Benvenuti. Io sono Giammarco. In questa parte del
mondo è notte pesta. Le lancette dell’orologio segnano le 4.00 ma a me pare che
sia già arrivato il mattino. È inverno e il sole ha ancora i turni ridotti. Non
come me che da quando mi hanno licenziato dall’ufficio aziendale (un anno fa)
sono a casa a poltrire. Vi starete chiedendo perché sia sveglio a tale orario:
l’insonnia. Soffro di insonnia dalla modesta età di 13 anni. Ho provato ogni
sorta di rimedio: tisane alle erbe, estratti di erbe, sonniferi e pastiglie,
addirittura spinelli di erba. Niente! Morfeo non è mio amico! Le borse solcano
il terreno e le occhiaie si scuriscono ad ogni dose di riposo perduto. Sono
stato da specialisti. Ho speso parecchi soldi per trovare una soluzione. Ciò
nonostante la mia ricerca mi ha condotto ad un vicolo cieco privo di soluzione.
È da molto tempo oramai che il mio organismo ha
impostato una sveglia. Mi rotolo fra le coperte finché verso le 3.30 del
mattino, insoddisfatto e stufo della routine, mi sollevo e mi dirigo dove sono
adesso, davanti alla finestra della cucina.
Questa finestra si apre sul giardino davanti alla mia
abitazione. Questa finestra rimane chiusa e riparata grazie alle tapparelle ed
al vetro. Nessuno mi può vedere ma io posso intravedere l’esterno.
Mi avvicino allo spioncino della plastica rigida e
come ogni sera vi ritrovo Loro.
SECONDA
NOTTE
Bentornati. Lo sfondo che accompagna gli sconosciuti
è carente di costellazioni e le nuvole consolano la luna triste. Solito orario
e solita attività.
Mi avvio al conteggio: 1, 2, 3, 4.. 4… manca un
esemplare. Non mi turba particolarmente la sua assenza.
Sono sotto i lampioni che riscaldano l’erba umida. Ognuno
con addosso il medesimo kway color ratto di fogna. La loro pelle appare rigida,
simil corazza. Rimangono, singolarmente, ancorati ai piedistalli sostenenti i
lampioni che illuminano il mio giardino. Immobili, paralleli a quelle luci,
fissano insistentemente la lampadina incandescente. Sembrerebbero quasi
malinconici assieme alle piccole colonie di falene che affollano i soli
artificiali. Lo sembrerebbero se non riuscissi a vedere gli sguardi. Tengono
gli occhi fissi, spalancati sul soggetto. Fanno impressione per quanto siano
esposti. Non so chi siano o che cosa vogliano ma fintanto che non mi daranno
fastidio io eviterò di fare domande.
TERZA
NOTTE
È una nuova sera e i miei coinquilini notturni se ne rimangono
fermi sulle proprie postazioni; io faccio lo stesso. Ho notato da poco la
grandezza delle loro mani che ricadono flebili ai lati del corpo. Sono alti
abbastanza per intimorirmi e possiedono una carnagione olivastra. Non so per
quale motivo io non riesca a descriverli meglio. Mi mancano le parole. Anche
questa sera sono di numero inferiore. All’inizio delle apparizioni erano una
cinquina; da ieri hanno cominciato a diminuire.
QUARTA
NOTTE
Mi ritrovo qui fermo su una sedia che dondola con il
rischio di precipitare ad ogni mio spostamento di peso. Dovrei buttarla e
comprarne una nuova oppure ripararla. Purtroppo non sono mai stato bravo nei
lavori manuali. Osservo all’esterno. Ne sono rimasti solo due e una valanga di
domande soppresse mi travolge. “Cosa sta accadendo? Dovrei preoccuparmi?”
Mi ritrovo intento a scandagliare la mano di uno di
Loro. Una goccia densa e bianca cala sul suo dorso penzolante. Segue l’ossatura
dell’indice. Sono ipnotizzato e non capisco da dove possa essere sbucata quella
massa liquida di molecole.
Il palato secco esige di abbeverarsi. Le lancette
dell’orologio segnano le 5,30. Decido di riscaldare un po’ di latte nel
pentolino. Aperto il frigo, estraggo il cartone per tre quarti vuoto e, dopo
aver versato il contenuto rimanente sopra alla fiamma appena accesa, ritorno a sedermi.
Non mi volto verso la finestra. Le mostro il fianco e rivolgo la mia attenzione
alla figura evanescente che saluta di fronte a me. Sembra deridermi con quei
denti che spuntano fuori dalle labbra fini. La conosco da eccessivo tempo, mi
segue da troppo ormai. È entrata nella mia casa senza chiedere permesso e non
si è neppure presentata. Io so chi è lei! Il suo nome è Noia.
Sventolo la mano destra, colpisco violentemente
l’aria con l’intenzione di mandarla via, e lei sparisce.
Nel frattempo qualche bolla scoppiettante prende vita
nel pentolino colmo. Sorseggiato un po’ di latte, il giusto per permettere alla
mia bocca di non soffrire più la sete, mi avvicino ad osservare di nuovo l’arto
dell’Essere. La goccia è scomparsa; deve essere caduta. Non la vedo sull’erba
bagnata dalla rugiada. Sollevo lo sguardo e ritorno alla mano.
Improvvisamente si muove. Nello specifico le dita. Il
palmo fermo, vicino ai pantaloni, permette il solo movimento ai singoli
stecchini. Procedono a scatti e pare che stiano suonando un pianoforte immaginario.
Rallentano per poi tornare sul ritmo precedente. Vorrei possedere lo spartito. Con
grande sorpresa il mio subconscio sta immaginando le varie melodie che possano rappresentare
le pigiature. Fatico a comprendere ma insistente agogno una risposta.
Affogo col latte la delusione di non poter conoscere
la struttura della canzone. Distolgo i miei occhi da lui per pochi secondi. Quando
torno sulla sua figura lui mi sta guardando.
QUINTA
NOTTE
Sono in cucina e procedo avanti e indietro contando
le mattonelle in attesa che si facciano vivi. La notte scorsa dopo essermi fatto
scoprire da uno di Loro nello spiarli mi è calato il sonno. Per cui ho voluto
cogliere l’occasione per buttarmi sotto le coperte. Infatti, mi sono
addormentato subito. Non mi accadeva da anni. Sono in cucina, in anticipo.
Quando ho indossato le ciabatte per recarmi in questa stanza sapevo che Loro
non ci sarebbero stati ma non riuscivo a rimanere un altro minuto in più
coricato. Ora, avanzo ed indietreggio sulle piastrelle. Penso e rifletto, ipotizzo
e mi domando. Non mi avevano mai degnato di un cenno e ieri addirittura ne
avevo ricevuti due.
“Vorranno qualcosa da me?”
Non resisto; sono le 3,30 ma devo assolutamente accostarmi
alla fessura della tapparella beige. Scruto a sinistra, a destra e ancora a
sinistra… un occhio!
Sobbalzo e mi scosto allarmato. Il mio cuore non è
iperattivo bensì procede nel suo regolare battito come se nulla fosse accaduto.
Ma qualcosa è accaduto.
SESTA
NOTTE
Alla luna pallida manca solo un filetto per
completare il suo cerchio imperfetto. Ella scherza e dialoga con le stelle che
fanno le brillanti. Nessuna nuvola e nessuna folata di vento. Ho finalmente
raccolto le forze, ho raccolto il coraggio.
Ho deciso. Sono qua. Sono in cucina. Indosso il
cappotto scuro. Sono le 3,00. Questa notte esco.
Seconda parte
scritta da Giulia Rovelli
Ho deciso. Sono qua. Sono in cucina. Indosso
il cappotto scuro. Sono le 3.00. Questa notte esco.
Tendo il braccio e tiro la maniglia verso di
me come un automa. Mi dico di continuo “Adesso vai”. Ma non vado. I miei piedi
sono piantati, fermi e rigidi a terra come se avessi paura; la cosa strana è che
non provo alcuna emozione. Mi sento come
liberato da un grande peso e l'unica percezione di essere vivo è l'aria che
entra ed esce dai miei polmoni con ritmo regolare. Poi la vedo.
Tra quelle figure c'è una donna che girovaga
tristemente per lo spiazzo tra i lampioni; con il suo incedere, il lungo
vestito sfiora il rigido asfalto sensualmente e a stento riesco ad intravederne
i piedi nudi. Guardo anche gli altri uomini attorno a me, quelli che dal vetro
della mia finestra sembravano solo creature indescrivibili, ora innanzi ai miei
occhi sono gli essere più affascinanti che abbia mai visto.
Uno di loro fuma perfino una sigaretta
appoggiato al lampione. Sono di nuovo cinque. Quello più lontano dovrebbe avere
circa venticinque anni e mi sta osservando senza muoversi, l'altro accanto a
lui ha l'aria concentrata nel suo cappotto di camoscio e lungo il fianco
accarezza la canna di un fucile appoggiato precariamente a terra. L'ultimo
rimane inginocchiato in disparte e ha una strana pettinatura in testa che lo
rende simile ad un gallo ed è accanto ad un omino bassissimo e grasso.
La donna è meno statica perché ondeggia come
il vento, ma sembra assente: l'unica che non guarda nella mia direzione. Sembra
che non si sia nemmeno accorta della mia presenza, al contrario del vecchio più
vicino a me che mi fa un cenno con la mano come per avvicinarmi. Io muovo di un
passo, ma mi blocco subito.
Lei ad un tratto sembra triste. Vorrei sapere
perché quella tristezza, vorrei allontanarla dai suoi occhi dolci, gentili, che non guardano me... guardano
oltre il mio corpo, si perdono in un punto indefinito oltre la mia figura,
quasi fossi fatto d'acqua.
Perchè sei triste bella fanciulla?
Vorrei baciarla, ma immagino quelle labbra
abbiano un sapore antico, vecchio, vecchissimo... più vecchio di me.
E gli altri?
Che cosa fanno gli altri?
Mi guardano.
E poi?
Perchè lo fanno?
Perchè non riesco a smettere di pensare?
Pensare così veloce!
L'uomo con il fucile mi invita a rientrare in
casa con un cenno della mano, come se non ci fosse più nulla da guardare per
me, ma... guardare è l'unica cosa che posso fare.
Lui non capisce. Non capisce che per quelli
nella mia condizione guardare fuori è tutto... Andare fuori è tutto!
E protendo un braccio: l'unica parte di me
che può avvicinarsi a quel mondo proibito.
Il Dottor Meis quella mattina camminava a
testa bassa, immerso nei suoi pensieri, estremamente cervellotici e
sconcertanti, domandandosi come fosse possibile... Non se ne capacitava
proprio.
“Ma lei è sicuro di averlo visto?”
“Certo!” Le aveva detto l'infermiera del
turno di notte.
“Perchè crede dovrei mentirle?”
L'uomo si era grattato la testa pensieroso:
“Non intendevo questo! È solo che non mi capacito di come abbia potuto
liberarsi della camicia di forza... ma soprattutto di come abbia fatto a
svegliarsi! Dopo tutti i sedativi che gli erano stati somministrati non avrebbe
dovuto dare problemi di nessun tipo!”
L'infermiera aveva sorriso bonariamente.
“Beh, non è importante, Dottore. In fin dei
conti il paziente non ha creato nessun problema grave!”
“Oh, certo... poteva andare peggio.”
La donna sorrise. “Eh già Dottore!”
Poi l'uomo si congedò salutando la paffuta
signora con una stretta di mano, e lei continuò a percorrere il corridoio
dell'ospedale psichiatrico con il suo carrello dei medicinali ben impugnato
nelle due mani, come se nulla fosse: quella sera avrebbe raccontato ai suoi
figli di un uomo completamente fuori dalla realtà che, nonostante fosse sedato
fino al midollo, quella notte era riuscito a liberarsi della camicia di forza e
a sporgere un braccio oltre la piccola grata della sua stanza ermeticamente
sigillata.
Avrebbe raccontato di come lo avessero
trovato con un braccio rapace, stressato dal sonno, nel tentativo disperato di
toccare un realtà mentale proiettata nel corridoio dell'ospedale che non
sarebbe mai stata davvero tangibile.
Forse troppo folle per essere compresa
perfino da sé stesso.
Un fumatore. Una vecchia stufa che sbuffava.
Un giovane impassibile. Il busto di un antico
luminare in psichiatria.
Un uomo spettinato. Una volgare pianta da
interni.
Un grassone. Un orte decorativo.
Una donna fluttuate. Un camice su un
appendiabiti.
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